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I MIEI SCRITTI
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RACCONTO " LA TRADIZIONE DEI TOPI" ( 1994 ) :
Laura e Giuseppe sono due ragazzi che abitano in una casa della Pianura Padana con la loro vecchissima zia. E' una casa stranissima perche', ogni mattina, prima di recarsi a scuola, i ragazzi vi notano un cambiamento: un vestito che ha cambiato colore, una porta in piu', un letto che da singolo e' diventato a tre piazze... ma, il mattino seguente, queste stranezze non si notano piu'. Un giorno Laura e Giuseppe si recano con la zia in gita in citta', e , ogni volta che passa lei, vedono degli strani fenomeni : una macchina che sembra bruciare , un semaforo che diventa viola.... Entrati in un museo, i due ragazzi si fermano ad osservare il ritratto di una donna che assomiglia in modo impressionante alla zia. Ad un tratto tutto scompare, la zia si trasforma in un enorme topo ed il museo diventa un decrepito castello scozzese. Qui abita il Ratto Parlante di Edimburgo, che spiega ai ragazzi che nella vita non bisogna mai basarsi sulle apparenze, perche' ci si puo' trovare in situazioni nelle quali il lato esteriore delle persone non corrisponde alla realta'. Infatti anche lui stesso, rozzo topo di campagna...e ' in realta' un mago , che li trasforma in topi !
RACCONTO " VOGLIO CANTARE! " (1995 )
Era notte, e le stelle splendevano, ammiccando, con le piccole punte dorate appena mosse dall'aria frizzante. La luna illuminava il terreno brullo che precedeva un grande prato fiorito con l'erba incurvata, come addormentata nel caldo abbraccio dell'estate.
In mezzo a quel prato, illuminato dalle stelle ed a pochi metri dal centro abitato, c'ero io. Si', proprio io, piccolo cane di provincia, solitario ed allegro vagabondo, amante della musica come gli uomini.
Quando ero un cucciolo non ancora svezzato percepivo, attento, ogni avvenimento della vita dei miei padroni, tra cui c'erano due ragazze sui tredici anni ed un vivace cucciolo d'uomo, ancora piu' piccolo ed inesperto di me.
Le ragazze stavano sempre accanto ad uno strano aggeggio dal quale uscivano parole e musica e, col tempo, anch'io mi abituai a quei rumori, arrivando persino ad appassionarmene e ad amarli.
Pochi mesi dopo, il mio padrone decise che non gli servivo piu'...mi porto' in un luogo bellissimo, ma lontano da casa, e mi lascio la', da solo.
Dapprima provai paura, ma , alla fine, decisi : sarei diventato un cantante, e mi sarei gudagnato da vivere, proprio come gli uomini .
Camminando mi esercitavo spesso, ma la gente del luogo non sembrava gradire le mie esibizioni e mi insultava, allontanandomi.
Ma...perche'? Perche' non apprezzavano la mia musica, tanto simile a quella alla quale erano abituati?...
Ormai e' passato tanto tempo e, finalmente, ho capito : gli uomini vogliono solo i propri divertimenti, non accettano di essere paragonati ad animali, ed i cani come me devono arrendersi e buttarsi nella vita da soli...avendo come unico conforto la fantasia, che permette loro di sognare una vita da uomini e cantare, anche, ma piano piano, volando con le ali dell'immaginazione.

COMMENTO ALLA POESIA "L'INFINITO" DI G. LEOPARDI
(1996):
" Dopo aver letto la poesia chiudo gli occhi ed immagino l'infinito, oltre la siepe.Una grande lastra metallica, infinita, non un prato, ma immutabile ed eterno metallo....e' questo l'infinito, per me. L'assenza di vita mi spaventa, ed il mio cuore, come quello dell'autore, "per poco non si spaura". Il "sovrumano silenzio" e' un incubo, una bolla da cui non si puo' uscire, che costringe a lottare, lottare per riavere la vita. ... La rileggo, gli ultimi versi penetrano in me, facendomi rilfettere, sognare... Sotto la lastra metallica vedo nuvole, ed una barca che naviga nel cielo. Mi abbandono alla quiete, chiudo gli occhi....e immagino l'infinito"
COMMENTO ALLA POESIA " ALLEGRIA DI NAUFRAGI" DI G. UNGARETTI
(1996):
" Il messaggio che scaturisce da questa lirica e', secondo il mio parere, quello di non arrendersi davanti agli ostacoli della vita. Il "superstite lupo di mare" , infatti, e' un uomo come tutti noi, volto alla realizzazione della propria vita attraverso l'abbattimento dei numerosi muri dell'esistenza, per il raggiungimento della serenita'. Infatti, dopo il naufragio, la sua vita riprende, per fermarsi solamente quando l'ultima tempesta la distruggera'"

TEMA "CRISTINA" ( 1996 )
E' accaduto circa sette anni fa, quando ero una bambina, timida, fantasiosa e felice. Avevo sei anni quando, un giorno, cercando qualcosa di interessante tra gli oggetti di mia mamma, scorsi un giocattolo a prima vista insignificante, che, pero', esercito' subito su di me un notevole fascino.
Era una bambola, molto piccola, spellacchiata e coperta di polvere, ma simpatica.
Da quel giorno, la bambola divenne la mia sorellina immaginaria, alla quale diedi anche un nome, Cristina. Mangiava con me, viaggiava con me, viveva con me.
Continuai a fingere che fosse mia sorella, fino a quando, pochi giorni fa, l'ho persa. Non l'ho piu' cercata, e so che non devo neppure piu' pensare a lei.
E' ora di crescere !!

Alcune pagine di "Farfalle senza ali":
NATALE :
alcuni in piedi, altri seduti, e parlavano tra di loro , chiedendosi cosa stesse succedendo. Marta arrivo’ in mezzo a loro annunciando “Ragazzi, adesso ci sara’ una sopresa…e’ arrivato Babbo Natale!!!”
A quel punto entrai io con i regali e li distribuii… Ecco il pacco per Irma, Elisabetta …Simone , Giacomo, Enrico…ed Alessandro. Diedi ad ognuno in fretta il suo pacchetto, e poi mi nascosi dietro alla porta, sopraffatta dall’emozione. Era tutto troppo bello per essere vero.
Di nuovo, non ricordavo di aver passato un Natale piu’ felice!
Ci fu uno scoppio di entusiasmo generale, tutti aprivano i loro pacchi con esclamazioni di stupore e gioia, e mi abbracciavano, baciavano e ringraziavano.
Simone si mise subito a leggere il suo libro “ Fra’, e’ il regalo piu’ bello che avresti potuto farmi, davvero!! Era proprio quello che volevo!” E corse in camera ad appendere alla parete il biglietto che gli avevo scritto.
Le due ragazze esaminavano le loro confezioni, Irma annusava il profumo del bagno-schiuma ed Elisabetta le spiegava il corretto uso dello shampoo.
Enrico disse che aveva proprio bisogno di un paio di guanti, e Giacomo si infilo’ subito il maglione e non lo tolse per tutta la giornata, oltretutto era della taglia giusta e gli stava benissimo!
Ed Ale…. Sapevo che avrei suscitato una reazione in lui, regalandogli proprio quello che desiderava, e che era anche qualcosa di molto importante e costoso (particolare per me irrilevante, ma che per lui aveva ben altro significato) , ma non riuscivo a prevedere come avrebbe reagito…
Si era bloccato, con il pacchetto in mano, fissandolo come se non sapesse cosa farne, senza aprirlo, ma solo fissandolo a lungo, con un’espressione indecifrabile. Era anche il pacco piu’ grande di tutti, ed il piu’ bello, a forma di caramella, rosso e appariscente, con grossi nastri rossi che riflettevano le luci della stanza.
Poi qualcuno gli suggeri’ di aprirlo, e lui lo fece, lentamente e in modo meccanico, come se le sue braccia e la sua mente fossero scollegate.
Vide le scarpe, e per un attimo credetti che sarebbe scoppiato a piangere, ma si trattenne. Comunque non parlava e non mi guardava, non riusciva a dire niente, sembrava sotto choc. “Dai, ringraziala almeno!” lo sollecito’ Marta, ma Alessandro continuava a non reagire.
Allora mi avvicinai e lo abbracciai. Lui non ricambio’ l’abbraccio, ma non lo rifiuto’ neanche, semplicemente rimase li’, mentre gli auguravo Buon Natale dicendogli che gli volevo bene.
Uscii per tornare a casa, ed avrei voluto mettermi a saltare e urlare dalla gioia. Le luci per la strada mi sembravano piu’ luminose, gli abeti che intravedevo dalle finestre delle case mi trasmettevano una grande euforia, mi sembrava che tutti sorridessero e fossero felici, e che nell’aria ci fossero canti di Natale.
Era questo lo Spirito del Natale. Credo di non averlo mai piu’ provato da quella volta.
CECILIA:
Meta’ Aprile. Cecilia continuava a fare piccoli miglioramenti, passi avanti impercettibili per la gente che guardava da fuori, ma per lei risultati eccezionali, che solo un paio di mesi prima mi sarebbero sembrati pura fantascienza.
Ormai la piccola imitava gesti e suoni, aveva imparato a comunicarci alcuni suoi desideri, quali bere o ascoltare la musica, tentava di chiudere da sola la bottiglia dell’acqua, e rispondeva a semplici consegne, come raccogliere un quaderno o mettere via i giocattoli.
Nella palestra, gli esercizi che le proponevo erano piu’ complessi, cercavo addirittura di farle combinare piu’ sillabe.
Sapevo che non avrebbe forse mai imparato a parlare, ma solo il fatto che sapesse produrre vari suoni mi sembrava utile per la sua autonomia, come forma di comunicazione.
Un pomeriggio, stavamo cantando con i bambini. Deepak e Luigi collaboravano, ma Jessica era altrove, e ripeteva senza sosta “ Mamma..Papa’..Mamma…”, intervallati da risate tra se’ e se’.
Cecilia, che stava tenendo il tempo con il mio aiuto, smise di seguire la canzone e guardo’ Jessica…. “Maa…MMMMaa….” Fece, rivolta verso la ragazzina.
Aveva collegato due sillabe! Aveva detto Mamma!
La abbracciai e glielo feci ripetere.
Non era una parola. Lo sapevo. Non aveva detto veramente “ mamma”, perche’ non c’era intento comunicativo in quelle due sillabe, e nessuna comprensione ne’ intenzionalita’.
Ma aveva ripetuto una parola, la sua prima parola!
ALESSANDRO:
lunedi’ successivo, Alessandro arrivo’ da casa e si chiuse subito in camera sua senza salutare nessuno. Bussai alla porta “Ale, va tutto bene?” “ Non sono affari tuoi, vattene” . Ma il suo tono era poco convincente.
La porta era socchiusa, cosi’ entrai.
Era sdraiato sul letto, con le scarpe e tutto, e fissava il muro. Aveva un’aria molto triste e gli occhi rossi.
Mi sedetti sul bordo del letto e gli parlai “ Ehi, cosa c’e’? Stai bene?” “ Ma lo capisci che non ti voglio?? Ti ho chiesto di entrare? No! Allora levati dalle scatole”
Rimasi in silenzio. Sentivo dentro di me una grande rabbia all’idea di non poterlo aiutare. Gli era sicuramente successo qualcosa, ma se si rifiutava di parlarmi non potevo certo tirare ad indovinare…
Se fosse stato uno dei miei bambini, l’avrei abbracciato e coccolato, e sarebbe finita li’, perche’ i momenti di crisi dei bambini di solito passano in fretta. Ma non lo era.
Era un ragazzo, era grande quasi quanto me, e aveva vissuto esperienze terribili che io non potevo capire e neanche immaginare. Percio’ non riuscivo a consolarlo come avrei fatto se avesse avuto sette o otto anni.
Mi guardai intorno. A chi sarebbe piaciuto vivere in un posto del genere? Lontano dalla famiglia, senza nessuno che si interessasse davvero a te? Non c’era da stupirsi che Alessandro fosse triste, anzi, mi sarebbe sembrato strano il contrario!
Gli presi una mano, e lui non si ritrasse. Dopo un po’ si giro’ e si mise a sedere. “ Che cosa vuoi sapere di me…tu non puoi capire. Sei convinta di saper leggere nella mente delle persone, ma non e’ vero! Non puoi sapere come mi sento, mettitelo in testa”
Aveva ragione, e mi fece sentire ancora piu’ triste e incapace.
“ Ma almeno ci provo, a capirti..” “ Eh , bella scusa, non basta mica provarci…”
Per allentare la tensione, mi misi a fargli il solletico. Suo malgrado, Alessandro si lascio’ sfuggire una risatina, ed usci’ dalla stanza.
Rimase a lungo in piedi, contro il muro, fissando il vuoto, immobile e silenzioso.
“ Vuoi dirmi che cos’hai?” Alzo’ le spalle.

RACCONTO " UN HOBBIT DAI CAPELLI ROSSI " ( 2007 )
Numerose fiabe e leggende popolari hanno come protagonisti gli gnomi : creature che vivono nei boschi, di bassa statura, con i lineamenti del viso molto pronunciati, gli gnomi sono simpatici, socievoli e cordiali, amano parlare e raccontare storie.
Alcuni testi di psicologia ipotizzano che essi siano in realta’ persone con la Sindrome di Williams, e io sono d’accordo.
Forse anche Tolkien pensava a persone Williams quando scriveva dei suoi Hobbit, anche loro piccoli, allegri, con i capelli ricci ed una spiccata passione per la musica, il canto e la danza.
E quella bambina mi ricordava proprio un Hobbit.
Si chiamava Valeria, mi dissero. Furono gli altri bambini a dirmi il suo nome, perche’ lei non parlava, a causa di una malformazione alle corde vocali che tra l’altro era indipendente dalla Sindrome.
Di solito, infatti, il linguaggio e’ proprio uno dei punti di forza di questi bambini, che sono dei veri chiacchieroni fin da piccolissimi, nonostante il ritardo mentale.
Valeria aveva otto anni. Era piccola ma piuttosto robusta, con il viso paffuto, le labbra carnose e il naso a patata; ed una combinazione di caratteristiche insolite : capelli rossi, corti e ricci, ed occhi bellissimi , di un verde smeraldo che mi ricordava il mare della Sardegna.
Me la presentarono, e due secondi dopo lei non c’era piu’. Sparita. Era andata a nascondersi da qualche parte in quella stazione enorme, e non voleva saperne di farsi trovare.
Ma dovevamo partire, il nostro treno sarebbe arrivato tra poco, quindi decisi di mettere a tacere la psicologa che era in me, che mi diceva di agire con calma per darle il tempo di ambientarsi , ed andai a cercarla.
Chiesi ai viaggiatori in sala d’attesa se l’avessero vista, ma nessuno ci aveva fatto caso.
Controllai il bar, il Mc Donald’s , i bagni, i binari...ma niente.
Andai all’ufficio oggetti smarriti, dove mi presero per pazza, perche’ una bambina non e’ esattamente un oggetto smarrito…
Mancavano dieci minuti alla partenza, ed iniziavo a sentire il panico salirmi fino allo stomaco, non sapevo proprio cosa fare.
Era forse salita sul treno sbagliato? Si era nascosta in una carrozza di un treno che poi era partito?
O l’avevo soltanto immaginata? Esisteva davvero, quel folletto con i capelli rossi…?
Alla fine la trovai. Era accucciata in mezzo agli scaffali del negozio di dolciumi, intenta a servirsi a piene mani da un sacchetto di caramelle, che in parte si infilava in bocca ed in parte metteva in tasca, ed ormai la tasche dei suoi pantaloni traboccavano di gelatine di tutti i colori.
“ Ma ti sembra il momento di giocare a nascondino?? “ la rimproverai cercando di restare seria, perche’ dopotutto la scena era quasi comica, e poi se avessi avuto otto anni anch’io avrei scelto come nascondiglio un negozio di caramelle…
Lei si giro’ mostrandomi la lingua , e con una risatina divertita prese a correre in direzione del nostro binario, sul quale ci aspettavano gli altri.
E questo era solo l’inizio.
Durante il viaggio in treno rimase stranamente tranquilla. Guardava fuori dal finestrino con un’espressione assorta, come se volesse imprimere nella sua mente tutto quello che vedeva , per poterlo rivivere una volta diventata grande.
Io non parlavo per non disturbarla, perche’ dava davvero l’impressione di essere concentrata su qualcosa di molto importante.
Dopo quasi un’ora, pero’, il suo sguardo divenne meno attento, lentamente gli occhi le si chiusero e lei si addormento’, con la testa appoggiata alla mia spalla ed una manina stretta tra le mie.
Arrivammo all’hotel per cena, ma i bambini erano talmente stanchi che mangiarono poco e vollero andare subito nelle stanze, anche se la felicita’ di essere in vacanza e la curiosita’ di trovarsi in un posto nuovo presero il sopravvento sulla stanchezza, e per tutta la notte l’albergo risuono’ delle risate e delle chiacchiere di venti piccole pesti alte un metro scarso.
Valeria saltava sul letto, senza emettere neanche un suono, ma battendo le mani , ed ogni tanto parlava tra se’ e se’ in una lingua dei segni nota solo a lei, che sul momento mi sembrava indecifrabile.
Il giorno seguente iniziammo a conoscerci, e mi resi conto di avere a che fare con una bambina molto intelligente ed acuta osservatrice nonostante i suoi handicap, dotata di una personalita’ forte e determinata, e spesso persino ribelle e da “maschiaccio”.
Pur non parlando capiva perfettamente tutto quello che le veniva detto, e comunicava senza problemi con chiunque, usando i suoi gesti , il corpo e le espressioni del viso .
Amava giocare con i maschi, e soprattutto con quelli piu’ grandi di lei, che fisicamente la sovrastavano ed avrebbero potuto sollevarla con una mano o farle del male, se avessero
voluto.
Ma per lei non era un problema.
Si buttava in mezzo a loro pretendendo di sfidarli in una lotta a corpo libero o in una partita a calcetto, si faceva accettare, che loro lo volessero o no, e molto spesso risultava essere un membro prezioso della squadra e un’avversaria agguerrita.
Anche con me sfogava il suo temperamento, e quando non voleva fare qualcosa non c’era verso di convincerla, doveva a tutti i costi decidere lei.
Dopo cena ci riunivamo nel salone dell’hotel per divertirci con la musica, ed i bambini cantavano e ballavano per tutta la serata.
La felicita’ e l’amore per la vita che trasmettevano non si possono descrivere a parole, ma riempivano l’aria e si diffondevano per la stanza, tanto che spesso anche gli altri clienti dell’albergo scendevano nel salone e si sedevano a guardare i nostri bambini.
Valeria era come sempre tra i piu’ scatenati. Ballava e saltava, ridendo a crepapelle.
Aveva una risata acuta ma piena, come il suono di migliaia di monetine che cadono tutte insieme.
Una sera pero’ vidi che si era allontanata dal gruppo e si era seduta sul dondolo, sotto il portico.
Si dondolava con una gamba, l’altra piegata a nascondere il viso, e si copriva gli occhi con le mani.
In silenzio gliele spostai, e vidi che stava piangendo.
I suoi splendidi occhi verdi erano gonfi ed arrossati,e respirava affannosamente.
“ Che cosa c’e’? – chiesi un po’ in apprensione- ti hanno fatto qualcosa?”
Scosse la testa, ed a gesti mi spiego’ che si era divertita molto in quella vacanza, e non voleva tornare a casa.
Le dissi che non sarebbe finito tutto li’, ma avrebbe rivisto in altre occasioni sia me che i bambini.
Lei abbozzo’ un sorriso e mi abbraccio’, e rimanemmo a dondolarci osservando le stelle, mentre la musica ci arrivava attutita e lontana.
L’ultimo giorno, i genitori vennero a riprendere i bambini.
La mamma di Valeria disse alla bimba che l’avrebbe portata a casa di Anna, con la quale lei aveva fatto particolarmente amicizia.
Valeria fece un largo sorriso e batte’ le mani, si dimentico’ all’istante della tristezza della sera precedente, e se ne ando’ senza neanche guardarmi.
Non mi aveva neppure salutata, ma forse era giusto cosi’.
La sua vita era altrove, ed a me bastava averla accompagnata per una parte del suo percorso.
Quando ripenso a lei, pero’, mi chiedo se non fosse davvero uno dei folletti di cui parlano le fiabe , e se avventurandomi nel bosco non potro’ un giorno ritrovare il mio piccolo Hobbit dai capelli rossi.

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Ricordi di Montefiorino (Articolo sulla Vacanza Autonomia dell'Associazione Italiana Sindrome di Williams)
Settembre 2007 |
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Quando ripenso alla vacanza a Farneta mi vengono in mente due parole : musica e colori. La musica e’ stata il filo conduttore dei giorni passati insieme, a partire dall’onnipresente Bella Stella, colonna sonora , o meglio, tormentone della vacanza, che i ragazzi cantavano a qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi luogo… colpa mia, lo ammetto, e , in quanto “maestra di musica”, me ne assumo pienamente la responsabilita’! Questa canzoncina era infatti il brano di apertura e chiusura del mio laboratorio, ed ha rappresentato anche il Gran Finale del nostro saggio. Poi c’erano gli strumenti musicali. I piccoli suonavano le percussioni, Matteo suonava il pianoforte, Beatrice il flauto, Alessandro provava il violino, e Ruben, senza la sua batteria, doveva accontentarsi dei legnetti. E la sera, tutti in discoteca ! Solo fino alle dieci, però! I colori erano quelli usati nei laboratori artistici, i colori tenui delle spezie con le quali abbiamo riempito i disegni, scegliendo lo zafferano per il sole e il rosmarino per il verde di un prato… Quelli brillanti con i quali abbiamo dipinto le magliette… le impronte gialle, rosse e blu che risaltavano sul lenzuolo bianco dopo la pittura con i piedi… E la pittura con il corpo, iniziata con un po’ di diffidenza, dipingendo un cartellone, e poi finita con i bambini colorati dalla testa ai piedi, Thomas in versione Arlecchino e Matteo tutto azzurro come un Puffo. Hanno riscosso un grande successo anche i laboratori di teatro , tenuto da Claudio e Laura, e di cucina. Ecco di nuovo i colori, soprattutto in cucina, ma anche i profumi... mi ricordo in particolare le scaloppine, ed una strepitosa torta di mele, preparata da tutti i ragazzi sotto la guida esperta e vigile della bravissima Gabriella, che da ormai due anni ci ospita nel suo hotel , sempre gentile disponibile con noi. Un’altra immagine ricorrente della vacanza sono i sorrisi e le risate dei ragazzi. Ci siamo divertiti tantissimo, e loro erano sempre allegri, mi dispiace per i genitori, ma le mamme ed i papà erano l’ultimo dei loro pensieri ! Credo che tutti siano tornati da Farneta con qualcosa in più. Beatrice , ad esempio, ha imparato ad asciugarsi capelli con il phon, Arianna a piegarsi i vestiti, Francesca a farsi la doccia, e Nicolo’, che l’anno scorso era un po’ pigro e non si univa volentieri a noi , ha partecipato a tutte le attività con impegno ed entusiasmo. Nella lettera di presentazione della vacanza, Valentina chiedeva di “ mettere in valigia…tanta voglia di divertirsi e di essere grandi”, e mi sembra che questi obiettivi siano stati raggiunti in pieno. Anche noi educatori, pero’, abbiamo portato a casa molto da Farneta. Per quanto mi riguarda, non dimenticherò la personalità decisa e vivace di Alessia, la simpatia travolgente di Fabio, la dolcezza di Riccardo, ed il sorriso di tutti, che hanno reso la settimana a Farneta un’esperienza splendida . Per concludere vorrei ringraziare le coordinatrici Valentina e Susanna e gli educatori , grazie ai quali niente di quanto descritto sopra sarebbe stato possibile. Anche le volontarie, Cristina , Silvia e Smeralda, nonostante fossero alla loro prima esperienza con la Sindrome hanno svolto veramente un ottimo lavoro, e ci sono state di grande aiuto, lavorando con passione e competenza. Perciò, grazie! … Spero che le Vacanze Autonomia possano continuare anche in futuro, sempre con ottimi risultati e con lo stesso entusiasmo da parte di tutti.

DOPO “FARFALLE SENZA ALI” – LA STORIA DI ALESSANDRO
Era il giorno del suo compleanno, e sapevo che dopo quella sera non l’avrei piu’ rivisto. Avevo conosciuto Alessandro durante il tirocinio in RTC, il Reparto Traumi Cranici di un centro che, oltre ai pazienti con danni neurologici , ospitava anche alcuni adolescenti in gravi difficolta’ famigliari e comportamentali.
Quando ero arrivata in RTC, Alessandro aveva 14 anni ed era un ragazzo profondamente triste, ferito e chiuso nella sua sofferenza, dovuta a pesanti problematiche in famiglia, e sfociata anni prima in un tentativo di suicidio.
Adesso stava per compierne 17 e, grazie al lavoro svolto dagli operatori e dagli psicologi della struttura e in parte, mi piace pensare, anche da noi tirocinanti , era finalmente riuscito a crescere, liberandosi della depressione che gli impediva di esprimere le sue emozioni e la sua personalita’.
Non che i problemi fossero tutti risolti, ma ,negli ultimi mesi, Alessandro aveva iniziato a aprirsi di piu’, ad instaurare relazioni con gli altri, a sorridere molto piu’ spesso ed a dare voce a quello che aveva dentro. Inoltre lavorava come meccanico, dunque guadagnava soldi suoi e si sentiva utile, ed aveva iniziato a viaggiare da solo nel weekend, cosa che lo faceva sentire giustamente “grande” ed indipendente.
Visti gli inaspettati progressi, l’equipe che lo seguiva aveva deciso di dimetterlo dal centro con un anno di anticipo rispetto al previsto, e la notizia era arrivata all’improvviso a lui come a noi: il giorno seguente al suo diciassettesimo compleanno, Ale sarebbe tornato a casa, questa volta per sempre.
Io, invece, finito l’anno di tirocinio ero rimasta in RTC come volontaria, continuando a lavorare per altri due anni con Alessandro ed i pazienti nuovi, che avevano preso il posto di Enrico, Giacomo, Irma e tutti gli altri.
Ora pero’ avevo in programma di trasferirmi in un’altra citta’ per studio, dunque quel giorno non sarebbe stato l’ultimo solo per Alessandro, ma anche per me.
Entrai in RTC, ed ogni passo che facevo, ogni cosa che vedevo, mi servivano per imprimermi nella memoria quei momenti, e poterli rivivere in futuro, quando avrei voluto. Volevo memorizzare tutto : il soggiorno, il corridoio, le stanze, il lungo tavolo preparato per la festa, con i pasticcini, la bibite, ed i pacchi regalo su di una sedia.
Il mio era sul divano, e conteneva una t- shirt del suo colore preferito, rossa.
Eravamo tutti pronti, intorno al tavolo, e Susanna era riuscita ad invitare persino molti dei vecchi pazienti e tirocinanti, che nell’attesa facevano conoscenza con quelli attuali.
Finalmente, Alessandro entro’ dalla porta principale, ma, prima che potessimo salutarlo, si era gia’ rifugiato in camera sua.
Sgattaiolai nel corridoio e bussai alla porta “Ale??” “Entra”- sussurro’ lui- .
“ Ehi, cosa fai qua? Ti stanno aspettando tutti, la festa non puo’ iniziare senza di te.”
“Sono stanco, non ho voglia di venire”. La sua voce era un mormorìo senza espressione, e teneva gli occhi fissi per terra.
Da tempo ormai non si comportava piu’ in quel modo, e guardandolo capii che la situazione era davvero troppo pesante per lui.
Una dimostrazione di affetto cosi’ diretta, la festa, tutti noi li’ solo per lui, l’imminente ritorno a casa… Stava accumulando troppe emozioni, tutte insieme, ed il ritorno alla vecchia introversione era un modo per gestire il sovraccarico e per riprendere il controllo prima di affrontarle.
“ Va bene allora, se non vuoi venire vuol dire che festeggeremo senza di te….” Ormai lo conoscevo, ed avevo imparato che insistere su un argomento aveva con lui l’effetto opposto, percio’ tornai tranquillamente in salotto chiudendomi alle spalle la porta del corridoio.
E, come previsto, pochi minuti dopo Alessandro era in mezzo a noi, cupo e silenzioso, ma c’era. Partecipo’ alla festa con un distacco che rasentava l’ostilita’, ma io sapevo che era soltanto emozionato, e non riusciva ancora a capacitarsi di avere qualcuno che si interessasse a lui e che gli dimostrasse di valere qualcosa.
Lo vedevo teso, emozionato, incredulo, ma al tempo stesso intensamente felice.
Ma non voleva lasciarsi andare, permettere a se’ stesso di gioire, perche’ dentro di se’ lo sapeva che le cose belle, prima o poi, finiscono, e le persone che dicono di volerti bene, alla fine ti lasciano…
Dovetti spronarlo per ogni piccola azione, mangiare la torta, brindare, scartare i pacchi… ma accetto’ tutto, tentando con tutte le sue forze, ma senza molto successo, di dissimulare la gioia che aveva dentro.
Finita la festa, rimasi l’unica volontaria in reparto, e per un po’ aiutai le inservienti a sparecchiare e mettere in ordine. Avrei anche potuto non farlo, e dedicarmi subito ai pazienti, ma la verita’ era che stavo cercando una scusa per non pensare.
Volevo allontanare dalla mia mente il pensiero della fine del mio volontariato in RTC, l’idea che dopo quella sera non sarei mai piu’ tornata al centro.
Pensarci mi faceva troppo male.
Ma anche mentre ripiegavo i tovaglioli e impilavo i piatti, mi scorrevano davanti agli occhi, come su un nastro invisibile, immagini e ricordi di quei due anni, in particolare del lavoro con Alessandro : tutti i momenti difficili, nei quali mi ero sentita inutile e inesperta, e mi era sembrato di non riuscire ad aiutarlo; e le piu’ rare volte in cui lo vedevo stare meglio, non importa per merito di chi, e non mi sembrava neanche vero.
Mentre riponevo gli avanzi della torta in frigorifero, Alessandro comparve alle mie spalle.
“Grazie” disse senza guardarmi negli occhi. Mi girai e gli sorrisi.
“ Grazie del regalo, mi e’ piaciuto molto” ripete’ con piu’ convinzione, e mentre gli sorridevo di nuovo notai che indossava la maglietta che gli avevo regalato. “Rimani qui stasera?”
“ Sì, ma non devo tornare tardi perche’ preferisco non guidare con il buio”
In silenzio uscimmo dal centro , ed , una volta all’aperto,lui si sedette su una panchina in giardino ed io rimasi in piedi appoggiata ad un muretto.
Per qualche minuto non parlammo. C’era una particolare intensita’ nell’aria, carica di emozioni difficili da esprimere in parole, che ci limitammo a percepire senza sforzarci di comprendere, almeno in quel momento.
Poi Alessandro si alzo’ e mi venne vicino: “ Sai, domani torno a casa” .
“ Lo so “. “ Non so se sono contento. Forse si’, o forse….non lo so, non capisco neanch’io che cosa provo” “ Forse hai paura?” “ Si’,e mi sento in ansia, ma non lo so…non lo so perche’”
“ Magari ti spaventa il cambiamento che stai per affrontare. Sono anni che vivi in istituto, e tornare a casa cosi’ di colpo non dev’essere facile. Magari hai paura che sia tutto cambiato rispetto a quando vivevi in famiglia da piccolo, e di sicuro molte cose saranno diverse. Prima di tutto tu sarai diverso. Sei quasi un uomo, ormai, e vedi le cose in un altro modo” Alzo’ le spalle con molta lentezza, in un gesto piu’ di rassegnazione che di disaccordo, e poi si appoggio’ completamente al muro, fissandomi con un’espressione di profonda vulnerabilita’ che non vedevo in lui da mesi.
“ I cambiamenti fanno sempre paura – continuai – , ma spesso fa bene parlarne. Domani farai un passo avanti nel tuo futuro, un futuro che puo’ sembrarti difficile e senza certezze. Chiunque sarebbe in ansia in una situazione cosi’ complicata”
Annui’ “ Si’, e poi non mi piacciono i servizi sociali….fanno sempre cosi’, quando sono tranquillo con la mia famiglia, loro tornano e rovinano tutto di nuovo. Si mettono sempre in mezzo, e non lasciano in pace nessuno”
“ Hai paura che ti portino in un altro istituto…Ma gli assistenti sociali vogliono solo aiutarti. Intervengono se ci sono dei problemi, per farti stare meglio, ma in questo caso il progetto per te e’ di farti tornare in famiglia per sempre. Non penso che ti porteranno via di nuovo” “ Tu lo sai veramente?” “Non ne sono certa, ma penso che questa volta non sia come le altre” “ Speriamo…. “ sospiro’, e riprese a camminare prendendomi sotto braccio, in un gesto di affetto che mi lascio’ stupita.
Non avevamo mai parlato cosi’ tanto in quei due anni, neanche nei periodi migliori, e non mi aveva mai dimostrato affetto, perche’ in lui il controllo delle emozioni ed il timore dell’abbandono avevano sempre prevalso.
Ma quella sera era tutto diverso, la sua vita stava per cambiare, ed Alessandro lo sapeva.
“Questa sera sei venuta solo per me?” – mi chiese, guardando verso il campo da calcio, nel quale i ragazzi del rifugio stavano disputando una partita.
Essendo ormai laureata, ed avendo quindi conoscenze teoriche superiori rispetto ai primi tempi, sapevo di non dovergli dire la verita’, cioe’ che ero venuta davvero solo per lui, perche’ avrebbe sottinteso una mia preferenza per lui rispetto agli altri pazienti, quando invece all’universita’ avevo imparato ad essere almeno in teoria imparziale.
Ma era l’ultima sera ed anch’io provavo emozioni molto forti, dunque decisi di lasciar perdere le regole, ed annuii.
“ Perche’?” si informo’ Alessandro. “ Perche’ ti voglio bene” risposi con naturalezza.
Una conferma cosi’ esplicita di contare per qualcuno ebbe su di lui un forte effetto.
Rimase senza parole, distolse di nuovo lo sguardo e non replico’ per alcuni secondi, poi scoppio’ a ridere “ Ehi, non e’ che ti sarai innamorata di me?”
Sorrisi “ Ale, ci sono molti modi di volere bene. Io sono semplicemente tua amica.”
Continuammo a parlare, fino a quando non guardai l’ora e mi accorsi di dover tornare a casa. Allora Alessandro corse nello studio e torno’ con in mano una macchina fotografica “ Perche’ non facciamo un foto insieme? Cosi’ potro’ ricordarmi meglio di te”
Ci sedemmo sul divano e Susanna ci immortalo’.
Adesso quella fotografia e’ appesa nella mia camera , insieme a quelle di tutti gli altri bambini e ragazzi con i quali ho lavorato.
Nella foto sorridiamo entrambi, e non c’e’ traccia della malinconia di quell’ultima giornata Sembriamo coetanei, e per quanto mi riguarda va bene cosi’.
Alessandro mi accompagno’ alla porta, e mi abbraccio’.
“ Allora Fra’….ci vediamo, eh? “
“ Si’, ci vediamo….”
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